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Il genitore come contenitore emotivo


Per far sì che i propri figli, una volta adulti, siano in grado di possedere capacità empatiche, il genitore dovrà essere il primo a saper riconoscere le proprie emozioni per poterle incanalare adeguatamente; dovrà in qualche modo mettersi in discussione e imparare a crescere insieme a loro. Interagendo con i figli, l’adulto deve comunicare in modo chiaro ciò che prova in una determinata situazione.




Durante un litigio ad esempio, un livello di frustrazione molto alto può spesso indurre reazioni aggressive in entrambe le parti. Tali azioni/reazioni aggressive celano il dolore e il dispiacere per ciò che sta accadendo, impedendo l’essere in contatto con l’altro. Da parte del genitore, è importante in queste circostanze sapersi fermare e provare a dare un nome ai sentimenti, alle emozioni e ai propri bisogni spiegandoli al proprio figlio in termini semplici, ma con fermezza e sensibilità. In circostanze come questa, può tornare utile esprimersi usando una frase come la seguente: “Io ti voglio bene ma quando mi urli addosso mi ferisci”. Imparare e, conseguentemente, insegnare il contatto attraverso le proprie emozioni è il primo passo per far comprendere ai propri figli la coerenza di quest’ultime con il contesto; questo li aiuterà ad essere in empatia con gli altri e a comprendere gli stati mentali altrui a seconda del contesto di interazione. Lo sviluppo dell'empatia e dell'intelligenza emotiva sin dall'infanzia permetterà alla persona di essere un adulto consapevole e in grado, a sua volta, di riconoscere e gestire le proprie emozioni; sarà un vero e proprio bagaglio emotivo che la persona si porterà dietro e che potrà in parte determinare il suo modo di rapportarsi e comunicare anche all'interno delle relazioni sentimentali potendo, più in generale, influenzare anche la scelta del partner.


Oltre al contatto, un altro passo fondamentale è l’ascolto, inteso non solo ed esclusivamente nel senso classico del termine, ma presupponendo anche il “sentire” in termini emotivi: ciò che ci sta provando a comunicare nostro figlio. Per far sì che tale scambio risulti efficace, l’adulto dovrà prima di tutto riconoscere e controllare le proprie emozioni, e successivamente potrà comprendere quelle del figlio, tanto quelle positive quanto quelle negative; è un procedimento importante poiché, qualora non dovesse andare a buon fine, si creerebbe una sorta di “interferenza emotiva” che non permetterebbe un vero e proprio scambio.


In termini bioniani, leggermente più tecnici, il caregiver (la figura di riferimento) deve fungere da contenitore emotivo del bambino. In presenza di una madre empatica e attenta, elementi grezzi, paurosi e non elaborati della vita psichica di un bambino (elementi beta) verranno collocati nella madre che farà da contenitore di tutte le componenti intollerabili e incontenibili. Una volta elaborate e rese accettabili tramite questo processo definito funzione alfa, la madre le rimanderà al bambino sotto forma di elementi alfa, ovvero elementi pensabili e verbalizzabili. Come si può facilmente intuire, questa funzione materna è un processo che dipende strettamente dal rapporto che il bambino instaura con la madre ed è un pilastro importante della comunicazione non verbale tra madre e figlio.

E’ più che evidente l’importanza del ruolo che ha il genitore in questo processo; come affermato precedentemente, è chiaro quanto sia indispensabile che il genitore abbia un buon rapporto col proprio mondo emotivo in primis.


La crescita psicologica consiste nello sviluppo di forme sempre più elevate di pensiero ed è influenzata tuttavia, oltre che dalle capacità materne, anche dalla capacità di tollerare la frustrazione del bambino. Questa permetterà alle esperienze spiacevoli di occupare uno spazio mentale ed essere contenute per un tempo tale da permettere alla madre di elaborarle e renderla pensabili.



I figli avvertono molto più facilmente di quanto si pensi le emozioni dei loro genitori, tramite un utilizzo maggiore della parte destra del cervello. Grazie alle emozioni percepite interpretano il mondo che li circonda; il comprendere le proprie e le altrui emozioni è per i figli la bussola per agire il comportamento e conseguentemente sentirsi più forti ed efficaci, in quanto padroni del proprio mondo interiore.




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