• la Coppia per la Coppia

Sull'intimità, sulla libertà


“We are all free, completely free.

We can each do any damn thing we want.

Which is more than most of us dare to imagine.”

(Jean-Paul Sartre)



Si dice che le migliori relazioni e le più gradi amicizie possano finire improvvisamente dopo una vacanza in barca a vela. Può sembrare strano che in un contesto goliardico, come quello di una vacanza con persone che conosci da tempo, possa avvenire una cosa simile ma, seppure paradossale, la convivenza a stretto contatto in uno spazio circoscritto come quello di una barca può facilmente degenerare in conflitti e disequilibri. Questo ovviamente è solo un esempio banale che però può servire a far riflettere sul fatto che in questo momento se non si resta saldi e ci si fa prendere dal panico, si rischia di andare incontro ed esiti simili a quelli della vacanza in barca, a maggior ragione perché in vacanza non ci siamo e perché il motivo per il quale non abbiamo la stessa possibilità di movimento è tutto tranne che spensierato. In aggiunta a questo momento delicato, la maggior parte delle nostre piccole e grandi routine quotidiane sono messe in pausa o sfalsate, lavoro compreso, dobbiamo riorganizzarci le giornate, e inevitabilmente tutto ciò destabilizza.



Eric Berne, medico e psicoterapeuta, afferma che l’indole dell’essere umano sia caratterizzata da una “fame di struttura” dalla quale deriva l’eterno problema dell’individuo di strutturare le ore di veglia, quindi una serie di attività che vengono svolte durante la nostra giornata, anche per evitare di cadere nella noia. Il metodo di strutturazione del tempo più comune, conveniente, comodo e utile s’identifica nell’organizzazione della realtà esterna, ovvero quello che chiamiamo comunemente attività lavorativa. In questi giorni non tutti riescono a mantenere tale struttura del tempo e ciò si aggiunge agli altri cambiamenti in atto, rischiando di spingere le persone, venendo meno i punti fermi, a reagire attraverso modalità opposte ed estreme. Da un lato le reazioni sono caratterizzate da estrema ansia e panico, con persone che tendono ad aggiornarsi in maniera ossessiva seguendo ogni singola notizia senza però discriminare quelle vere dalle tante fake news in circolo; questo può solo aumentare i livelli di stress e l’ipocondria. Dall’altra parte ci sono quelle che invece reagiscono come se questa condizione non li riguardasse, diniegando l’esistenza di un problema.


Anche noi come professionisti abbiamo inevitabilmente modificato la nostra modalità di intervento con i pazienti nonostante la terapia, essendo una professione sanitaria per il benessere della persona, sia garantita seppure a regime ridotto e predisposta secondo le normative precauzionali per la sicurezza (distanza, disinfettante, luoghi areati, nessun assembramento di persone, ecc.). Abbiamo comunque deciso di tutelare noi stessi e i nostri pazienti inserendo la possibilità di svolgere le sedute online.

Proponendo quest’alternativa alle nostre coppie di pazienti inevitabilmente in loro sono sorti spontanei una serie di dubbi: “Come faremo a parlare liberamente avendo nella stanza accanto i nostri figli?” oppure “Sarà strano fare una seduta dal nostro salotto di casa…” o ancora “Come potremmo concentrarci sul nostro lavoro di coppia quando il tema principale è questo virus?”

Anche per noi psicologi uscire fuori dalle regole del classico setting vis à vis è stato particolare. Arrivare nel nostro studio e invece di aspettare il suono del citofono, aprire il computer e attendere il suono della videochiamata di Skype o WhatsApp per poter iniziare la seduta, continua a farci un certo effetto. Però, come un po’ per tutti in questo momento, questo cambiamento di quotidianità ci ha riservato degli spunti di riflessione inaspettati. Ci siamo resi conto che siamo riusciti ad entrare comunque in intimità con i nostri pazienti ma in maniera diversa: abbiamo reso concrete delle immagini che fino a quel momento potevamo solo aver immaginato grazie alle loro parole e ai loro racconti. Gli spazi delle case, degli angoli, dei quadri, delle fotografie appese al muro dei nostri pazienti, ci hanno permesso di capire qualche aspetto in più di loro. Per certi aspetti, ci hanno resi partecipi di qualcosa di ancora più intimo.

Questo ci ha fatto comprendere quanto sia importante soprattutto in questo momento provare a mantenere uno spazio di sfogo per loro, all’interno del quale riescono comunque ad esprimere le proprie paure, incertezze, stati di nervosismo, ansia e senso di impotenza. Di quanto noi esseri umani siamo un po’ un controsenso perché nell’era dei social network, ad oggi anche questo strumento non basta per riuscire ad attenuare totalmente il senso di solitudine. Di quanto abbiamo bisogno del contatto, di condividere dei momenti stando fisicamente insieme, di quanto inevitabilmente la vita frenetica di tutti i giorni ci aiuti a dissociarci e ci porta poi a sentirci smarriti quando dobbiamo rallentare e passare il tempo con attività semplici. Di quanto, a volte, la convivenza forzata ci fa soffrire perché non abbiamo la possibilità di avere le nostre solite valvole di sfogo e, in alcuni casi, di quanto invece abbiamo tutto quello che ci serve per sopravvivere ma siamo sempre alla ricerca di “quel qualcosa in più” che se non abbiamo ci rende insoddisfatti. Di quanto alcune cose che stiamo sperimentando o riscoprendo potremmo anche mantenerle quando tutto tornerà alla normalità.



Personalmente noi, come professionisti, ci siamo dovuti ricredere. Eravamo convinti che avremmo potuto fare poco attraverso uno schermo e, seppure rimaniamo dell’idea che il setting di terapia standard sia quello più funzionale, ad oggi riteniamo che fornire uno spazio di aiuto e supporto sia meglio che esonerarci totalmente, solo perché non possiamo lavorare nello stesso modo di sempre. Questo approccio alternativo ci ha permesso non solo di aiutare i nostri pazienti, continuando a supportarli evitando settimane di interruzione, ma di fare lo stesso per persone che hanno sentito il bisogno di contattarci in questi giorni per far fronte a questo momento di disagio. In queste settimane più che mai per noi psicologi la parola chiave è “contenere” intesa come essere capaci di tenere in sé, comprendere, accogliere.


“We are all free, completely free. We can each do any damn thing we want. Which is more than most of us dare to imagine.”

Non aspettiamo di esserne privi per ricordarci quanto siamo liberi.




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